Pensavo di esserci già passata: il ritorno dei vecchi automatismi e il coraggio di ricominciare

 

Vi è mai capitato di sentirvi sopraffatti dagli impegni quotidiani?

Di avere la sensazione che il tempo non sia mai abbastanza, di vivere costantemente di corsa, senza riuscire ad abitare davvero ciò che accade?

Questa sensazione mi accompagna da molti anni.
Non come una condizione costante, ma come un segnale che ritorna nei momenti in cui la vita chiede nuovi adattamenti.

Anni fa ho attraversato un passaggio importante: avevo compreso che non potevo più rimandare il mio benessere alla fine di un progetto, a una pausa programmata o a qualche ora di svago ritagliata tra mille impegni.
Avevo bisogno di qualcosa di più profondo e stabile.

Il benessere che mi concedevo allora – una camminata, una lettura, un incontro con le amiche, i miei hobby – non era sufficiente. Erano momenti preziosi, certo, ma avevano assunto la funzione di piccoli “analgesici” rispetto a una mancanza più profonda: quella di una serenità interiore radicata nella quotidianità.

In quel periodo avevo scelto di fermarmi, di guardarmi dentro, di pormi domande scomode e di accettare le risposte.
Era iniziato così un lavoro profondo su di me: imparare a fare spazio, a rallentare, a diventare protagonista delle mie scelte.

Col tempo avevo riconosciuto vecchi meccanismi riattivarsi: non più il cibo, come in adolescenza, ma il riempire il tempo di impegni, responsabilità, obiettivi, routine.
Un fare continuo, con l’illusione di poter tenere tutto sotto controllo.
Ogni minuto doveva essere “utile”, ogni spazio colmato.

«Eravamo invasi dalla paura di non avere tempo per fare tutto
e non sapevamo che avere tempo significava precisamente
non avere tempo per tutto
Robert Musil

Quel primo lavoro aveva portato chiarezza, leggerezza, presenza.
Avevo imparato a fare spazio, dentro e fuori di me.
A selezionare ciò che era essenziale, a lasciare andare il superfluo, a dare valore alle relazioni e alle attività davvero significative.

Ma la vita non è una linea retta.

Negli anni successivi nuove difficoltà, cambiamenti, responsabilità mi hanno lentamente riportata – quasi senza accorgermene – verso quei meccanismi già conosciuti.
La corsa, il sovraccarico, la sensazione di non avere mai abbastanza tempo.

Ed è stato allora che ho riconosciuto qualcosa di fondamentale: il lavoro su di sé non si conclude, si rinnova.

Ogni volta che la vita ci mette alla prova, siamo chiamati a tornare lì.
A guardare di nuovo, a smontare ciò che si è ricostruito in automatico, a fare spazio ancora una volta.

Così mi sono rimboccata le maniche e, questa volta ad un livello ancora più profondo, sono tornata consapevolmente a seguire ciò che, da anni, propongo alle persone che accompagno nel mio lavoro.

Fare spazio.
Rallentare.
Selezionare.
Lasciare andare ciò che non è più essenziale.

Nel riordinare fuori, ho riordinato dentro.
Nel concedermi tempo, il tempo ha iniziato a dilatarsi.
Nel vuoto che temevo, sono nati nuovi germogli: visioni, possibilità, incontri, direzioni inattese.

«Sciogliendomi ebbi la rivelazione che quel vuoto è pieno di tutto ciò che contiene l’universo.
È nulla e tutto nello stesso tempo
Isabel Allende, Paula

Forse è questo che continuo a imparare, ogni volta.
Che nessuno è mai davvero “arrivato”.
Che il lavoro su di sé non si conclude, ma si approfondisce.

Ogni passaggio della vita ci porta a toccare strati più profondi di noi stessi, spesso proprio attraverso le crisi, gli inciampi, i ritorni inattesi a ciò che credevamo di aver già superato.
Non come un fallimento, ma come una possibilità.

Ogni difficoltà può diventare un’occasione di crescita e di conoscenza di sé, se troviamo il coraggio di fermarci, guardare, ascoltare.
Non per correggerci, ma per comprenderci un po’ di più.

Ed è forse questo, alla fine, il vero senso del cammino:
non arrivare da qualche parte, ma imparare a restare presenti a ciò che la vita, ogni volta, ci chiede di attraversare.

Stefania


scasadei154@gmail.com

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